L’obbligo di frequenza non vale l’obbligo al giudizio

Il tempo dedicato alla partecipazione scolastica ha un valore negoziabile e non giudicabile. L’innocenza incontra l’arte ( quando viene insegnata), la sapienza quando la scuola e’ vestita a tale), la scienza (quando vengono operate), la poesia (quando esercitata) e le muse attraggono chi ha sete di conoscenza, i tasti di un piano che guadagnano il tocco della mano fragile. L’ingenuità cerca personaggi che la pilotino nel vortice del mistero della vita perché possa altresì crescere nella coscienza dell’essere in un mutevole ordinamento meccanico.

La valutazione equivale alla stima, alla positività alla crescita evolutiva ed all’apprezzamento ma anche al disprezzo alla critica distruttiva ed alla negazione. Il valutare significa dare un valore, una considerazione positiva o negativa o addirittura far si che le qualita personali dell individuo vengano appunto prese in valore al fine di un operazione a servizio sociale.

Abbiamo visto seguito e subito pensieri pedagogici tali a quelli politici nella certezza d’essere stati nell’ideologia educativa più congeniale perché il nostro futuro apprendesse l’arte del vivere educatamente e culturalmente invece, incontrandosi con le solite bacchettate – punizioni – voti – punti (che sostituivano i voti) – giudizi scritti, verbali – adesivi colorati, stelline e quant’altro abbia voluto dare un giudizio al lavoro obbligatoriamente proposto con la paura comunque della bocciatura. Non comportarti male oppure sarai bocciato, non comportarti male oppure finirai all’inferno. Il giudizio incontra la valutazione, povera espressione misurata in tante forme sempre uguali e di poco valore al fine di un goal scolastico e successo dello studente.

L’ossessione del giudizio, che gli insegnanti promuovono causa più problemi gestionali che non rivelazioni pedagogiche. L’insegnante nel dare il suo giudizio si sente vivo, ha compiuto il suo dovere, si sente padrone. Il comandamento: “non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te stesso” non ha senso esattamente come quello del non giudicare gli altri….considerando le pene subite e ripetute al prossimo per il gusto di far penare anche solo con il pensiero e soffrire in memoria di coloro che hanno sofferto. Una catena nella sofferenza perpetua e garantita dietro a banchi scolastici che continuano allineati senza sostenersi la’ dove gli stessi insegnanti sono in lotta l’uno con l’altro in una ruota di giudizi che si mangiano l’uno con l’altro.

Published by Marco Brevi

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